Maps. In onda alle 15.30 dal lunedì al venerdì, sui 94.700 e 96.250 Mhz di Città del Capo - Radio Metropolitana di Bologna, o in
streaming. MP3 da scaricare senza problemi penali, minilive, tricche e tracche, foto di vip. Maps: la vita non è solo spam.
Capita, per diversi motivi, che questo blog si tramuti certe volte in una sorta di agenda dei cavoli miei. Abbiate pazienza e prendete nota, se vi va.
Martedì 10 novembre alle 19 al Circolo ARCI Macondo in via del Pratello a Bologna inizia YouPost, una rassegna organizzata dall'Officina Letteraria Bartleby, in cui scrittori sono affiancati da musicisti per serate di chiacchiere, letture, sbevazzamenti e mangiarini, come si dice. Io sarò accompagnato alla chitarra da Gianluca Morozzi, e andrò a leggere racconti tratti da La guerra in cucina e, udite udite, post scelti dai ragazzi di Bartleby negli archivi di questo blog. Senti l'autore che legge delle Pornovicine! Come suonerà Neighbours dal vivo? Scoprivatelo.
Mercoledì 11 novembre intorno alle 18 e 30 alla libreria Feltrinelli sotto le torri felsinee, invece, ci sarà la presentazione della collana "I libri di Belasco", diretta da Morozzi (sempre lui), dentro la quale c'è anche La guerra in cucina (sempre lei). Insieme a me, tutti gli autori della collana, il curatore e il misterioso editore.
Bene, mi preparo per andare a Milano a vedere i Massive Attack e per prendere accordi per una presentazione della raccolta a gennaio, nella metropoli meneghina. Un'ultima cosa: è uscita la prima recensione della raccolta. La trovate qua.
Come siamo giovani, io e Jonathan, eh? Quando, qualche mese fa, ci è venuta l'idea di "esportare" la nostra trasmissioncina, il nome è venuto abbastanza presto. Quindi siamo andati da Modo, dove abbiamo immediatamente trovato disponibilità e ospitalità. E stasera si inizia.
Insomma, primo appuntamento per Off Maps @ Modo Infoshop, che vuole essere una serie di incontri dove ricreiamo il salottino radiofonico nel salottino (reale e davvero comodo) della libreria-e-non-solo di via Mascarella.
Questa sera parliamo con Luca Castelli de La musica liberata, un volume edito da Arcana che fa il punto sulla "rivoluzione musicale" degli ultimi dieci anni. Da Napster a In Rainbows, insomma. E questo pomeriggio, ovviamente, Luca è ospite a Maps.
La frase del titolo è un citazione dall'ultimo libro del caro Gipi, e mi è venuta in mente qualche giorno fa, per l'ennesima volta, sfogliando la rivista dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia-Romagna. Nell'ultimo numero c'è uno speciale sul giornalismo culturale: è un bel servizio, molto lungo e articolato, in cui, tra ricostruzioni storiche e interviste, viene fuori un profondo senso di insoddisfazione riguardo al modo in cui i giornali (e non solo) trattano la cultura in Italia. E su questo, come non essere d'accordo? Anche solo per essere contrari alle parole di Brunetta, io sono orgoglioso (e mi sento fortunato) a lavorare da anni nel campo della cultura. E ce la metto tutta per fare del mio meglio.
Ma, a un anno di distanza da uno dei post che, a quanto dicono, meglio rappresentano cosa vuol dire lavorare in questo campo, sono costretto a tornare sugli stessi discorsi, da una prospettiva diversa, quasi matematica.
Nello speciale di cui parlo, come dicevo, vengono intervistati diversi personaggi che, evidentemente, sono considerati rappresentativi del panorama culturale odierno italiano. Sono (in ordine di apparizione) l'attore Ivano Marescotti, Dario Fo, Franco Maria Ricci (fondatore di FMR), Oliviero Toscani, Vittorio Sgarbi, Natalia Aspesi, Lucio Mazzi (storico giornalista musicale), Gianni Manzella (direttore di Art'O), Giuseppina La Face (docente universitaria), Ivano Dionigi (docente e rettore dell'Università di Bologna), Angelo Guglielmi (ex assessore alla cultura del Comune di Bologna e noto dirigente RAI), Gianluca Farinelli (direttore della Cineteca), Stefano Benni, Gabriele Cremonini (giornalista e scrittore), Roberto Roversi e Francesco Guccini.
Sedici personaggi: ho trovato le date di nascita di 13 di loro. Sapete qual è la media? Quasi sessantotto anni.
Ora, capiamoci: il giochino aritmetico è stupido, ma secondo me significativo del fatto che in Italia chi conta è vecchio. Un altro modo di vederla? Chi è giovane non ha spazi. I nomi citati sono di persone più o meno importanti, relativamente al panorama nazionale. Ma perché non intervistare qualcuno intorno ai trent'anni o, magari!, anche meno? Perché pensare che rughe, voce rotta e immobilismo (generalizzo) siano sinonimi di autorevolezza e saggezza? Badate bene: non ce l'ho con alcuno dei personaggi citati (non è vero, ma il discorso è un altro). Dico solo che è angosciante il panorama che ci si profila.
D'altro canto, è notizia recente, a chi è stata affidata la regia di un megaspot di venti minuti su Roma, con la Bellucci nel cast, distribuzione mondiale, soldi spesi qua e là a manate? A Franco Zeffirelli, classe 1923.
Mi faccio coraggio: se continuo così, tra una quarantina d'anni, con la freschezza, la vivacità e l'entusiasmo tipica del settantenne, potrò dire la mia.
- la prima puntata della nuova stagione di Seconda Visione va bene come se non ci fosse stata la pausa estiva (e domani si replica, ovviamente);
- alla riunione di condominio riesci a ricacciare in bocca a tutti i "credenti" i commenti razzisti, citando correttamente la Genesi;
- vedi l'ultimo film della Pixar e ti sembra di essere stato al cinema per la prima volta;
- la prima presentazione del tuo libro è affollata di amici ma anche di facce mai viste;
- la band che ha suonato meravigliosamente da te in radio di pomeriggio, al concerto, di sera, ti dedica una canzone; - il tiramisù che hai fatto in diretta webcam in un'altra radio con mezzi di fortuna è commestibile;
- fai il dj per una delle feste della radio (non l'altra, la mia) più belle di sempre e, alla fine, verso le cinque del mattino, quando metti l'ultimo pezzo e saluti, ti fanno anche l'applauso,
In un post solo, serate risolte da oggi a sabato. Ehm, per me sicuro, per voi... pensateci.
Questa sera ricomincia Seconda Visione, il settimanale di cinema di Città del Capo - Radio metropolitana giunto alla nona stagione. Alle 2230 sui 96.250 e 94.7MHz di Bologna e provincia o in streaming qua. Parleremo di Bastardi senza gloria, Ricky e Basta che funzioni.
Domani sera ho la riunione di condominio. Siete tutti invitati. Un punto all'ordine del giorno mi preoccupa: "digitale terrestre". Mi alzerò in piedi e dirò "No!" come Marcel Marceau ne La pazza storia del mondo.
Giovedì esce Up, l'ultimo film della Pixar. Perderlo è punibile per legge. Anche se c'è un "Lodo Topo Gigio" che pende sulla questione.
Venerdì è una giornata tale per cui conviene suddividere le cose:
- a Maps ho ospiti dal vivo Amor Fou e Dente, che ci suoneranno qualcosa di edito e di inedito. E forse ci sarà una bella sorpresa. Dalle 1530 su Città del Capo... beh, vedete sopra, le modalità sono le stesse.
- alle 18 presso la Libreria Trame, in via Goito 3/c a Bologna, presenterò La guerra in cucina (Eumeswil), insieme al nuovo romanzo di Paolo Alberti Sei caffè. Con noi ci sarà Gianluca Morozzi, il curatore della collana per cui io e Paolo usciamo. Per saperne di più andate qua. Ah, se volete qui trovate un altro racconto da leggere a sbafo.
- alle 21 sarò ospite della radio cugina sempre per presentare il libro. In più pare che farò il tiramisù in diretta webcam. Il tutto a Get Black.
- e poi me ne vado al Covo a vedere gli Amor Fou e a svenire sul dancefloor, presumo.
Sabato c'è la festa di compleanno di Città del Capo - Radio... Quella là. Metterò i dischi e... Copio e incollo. 22 anni di libera informazione: ancora per quanto? Città del Capo festeggia il suo compleanno al Locomotiv Club.
Prima di dare il via alle danze un incontro con Luca Bottura, Angela Baraldi, Emilio Marrese, Antonella Mascali. E con un video inedito di Alessandro Bergonzoni, una vignetta di Elle Kappa e tanti altri ospiti a sopresa. Alle 23 brindisi con le voci di Città del Capo e poi si balla con i suoi dj (MorraMc, Francesco Locane e Enzo Polaroid). Alle ore 21,00 al Locomotiv Club, Via Serlio 25/2 Bologna. Ingresso 5 euro.
Poi dite che non c'è niente da fare. Fatevi riconoscere. A parte alla riunione di condominio: vi sgamo io, non potete votare.
Se questo post vi fa cacare è perché c'è di mezzo la Crusca Non ne posso più. Non ne posso più di vedere e sentire la nostra lingua schiaffeggiata, derisa, talvolta stuprata. Non ne posso più del po' scritto pò (e c'è gente che dice "risparmio un carattere": ma per favore), di "qual'è" e simili, di "attimino". Ma, soprattutto, non ne posso più di tre cose, che hanno una caratteristica comune: si sono diffuse nel linguaggio ordinario come indizio di raffinatezza, di alto profilo del discorso. No: quelli che elenco sono niente di più o di meno che errori.
1. Piuttosto che. Allora, mettiamo le cose in chiaro. "Piuttosto" è un avverbio che mette i due termini che lega in una condizione di disparità, non di uguaglianza, che il locutore usa per "prendere una parte", non per elencare. "Piuttosto che piangere, fa' qualcosa." "Dammi dei soldi o, piuttosto, prestami il bancomat". Usarlo come se fosse "o" (inteso come "vel" latino, come congiunzione, non disgiunzione - "aut") è sbagliato. Non si può dire: "Ho fame. Potremmo andare a mangiare la pizza, piuttosto che una pastasciutta" intendendo che pizza o pasta pari sono. No. "Ho fame e non ho soldi: piuttosto che una pizza, mi preparo una pastasciutta". Chiaro? Piuttosto che usarlo a cavolo, usatelo bene.
2. Quant'altro. Ormai lo si usa completamente a sproposito, per dire "eccetera" e tutti i suoi sinonimi, a conclusione della frase. No. No. No. L'espressione "quant'altro" è legata a un termine, che di soito è esplicito, ma che comunque è ben preciso. Esempio: "So che hai fame, per questo ti ho messo da parte del pane e quant'altro ti possa servire". Quanto-di-altro, capito? Se no uno dice "eccetera". Che vuol dire "e tutte le altre cose che fanno parte di un elenco potenzialmente infinito e non sto qui a numerare". Come si dice qui, l'et cetera è una dissolvenza, un fade out, il quant'altro è uno che preme "stop" per sbaglio. Un gesto goffo, una gaffe sciocca, uno scivolone... eccetera.
3. Importante. L'uso di questa parola è tale che "importante" sta rischiando di diventare una sorta di "termine ombrello assolutizzante". Quindi diventa importante il motore di un'automobile, ma non rispetto alle prestazioni della stessa: magari solo perché ha una grossa (importante...) cilindrata. Il costo di una casa è importante, ma no, è elevato, conveniente. A meno che uno non dica: "Ecco, signori Rossi, la catapecchia che volete vedere. Non sottovalutate, però, il costo della suddetta: è importante, perché la capanna, qua, vi viene solo 3000 euro." Ha senso usare "importante" quando l'aggettivo serve a valorizzare il sostantivo (o il termine) a cui è associato, rispetto ad altri termini. Allora "importante" ha una sua giustificazione. Se no usate dei sinonimi. Sembrano piccole cose, ma (rispetto ad altre) sono importanti. Facciamo uno sforzo.
Magari arrivo dopo la puzza, come si suol dire, ma io l'ho trovato per caso su YouTube. Se non lo capite, evidentemente non avete mai visto l'originale, poco di buono che non siete altro.
A proposito, il 7 ottobre è il quarantesimo anniversario della messa in onda del Flying Circus. Niente, così, per dire. Festino?
Appena ho finito di leggere L'approdo, di Shaun Tan, ho avuto due reazioni. La prima è stata una forte emozione, come non mi capitava da tempo. La seconda, strana, è stata la volontà di prestare immediatamente il libro a qualcuno che lo potesse apprezzare. In sè questo non sarebbe peculiare, se non avessi sentito la voglia di abbandonare per un po' il volume, come per sfuggire al suo potere.
Ma andiamo con ordine: L'approdo è un racconto di emigrazione, innanzitutto. Il protagonista se ne va dal suo non identificato Paese verso un Paese altro, da ogni punto di vista: diverso l'alfabeto, i cibi, le abitudini, i mezzi di trasporto, la lingua, gli animali. Tutto. Il protagonista è spaesato, sperduto, non sa come muoversi, come esprimersi. Faticosamente si adatta, trova una stanza in affitto, un lavoro e, infine, chiama la sua famiglia, moglie e figlia, che vediamo, nell'ultima vignetta, con una mappa in mano, indicare una direzione, una strada che hanno trovato, verso la quale andare.
La particolarità de L'approdo, però, è che non c'è neanche una parola. E' un racconto per immagini, e la maestria di Tan sta nell'avere un ritmo incredibile nella composizione della pagina e della singola vignetta, alternandone tante piccole a disegni enormi, che quasi soffocano per l'immensa diversità che veicolano. Solo ritraendo sguardi, volti in primo piano, dettagli, oggetti, Tan racconta tutto. Ma non pensate a un esercizio di stile: la meraviglia che desta lo scorrere con gli occhi le pagine del libro è dovuta al fatto che Tan riesce a raggiungere la comunicazione perfetta e universale. Chiunque se ne vada da casa per approdare a un altro luogo, prova il disagio, il terrore e anche l'emozione del protagonista, al punto tale che il luogo di partenza e quello di arrivo perdono di significato tranne che per la loro opposizione: conosciuto e sconosciuto, casa e non casa, orientamento e perdita, riconoscimento e totale mancanza di conoscenze. Il protagonista si guarda intorno e vede gatti-drago, frutta e verdure ignote, cartelli indecifrabili. E, vignetta dopo vignetta, anche noi non capiamo, ma siamo costretti a metterci in gioco: per sopravvivere, per continuare la lettura.
Un libro di una potenza tale che fa sfigurare tutte le campagne sull'integrazione, anche le più meritevoli: dovrebbe essere adottato nelle scuole, dalle elementari alle superiori, per capire che, in fondo, "l'altro" è soltanto un modo per definire noi stessi.
Da piccolo ero un chiacchierone, i miei lo dicono sempre. E ho delle vaghe rimembranze di gente che mi picchia con un cric all'asilo urlando "E basta parlare, Cristo". Adesso lo sono? Beh, per mestiere sicuramente devo saper chiacchierare. Ehm.
Comunque, domani co-conduco Maps insieme a Alessandro Bergonzoni, di cui ignoro completamente la loquela infantile, ma da molti anni dotato di parlantina assai adulta e pirotecnica.
Che accadrà? Quanto il povero conduttore si troverà sommerso felicemente da fiumi di parole? Perché state pensando subito ai Jalisse? Queste e altre risposte, domani, dalle 16, qua.
... cioè MorraMC, Enzo Polaroid e il sottoscritto, vi aspettano questa sera al Locomotiv Club che, gioia e tripudio, riapre con una festa. Si entra gratis (non c'è bisogno di dare neanche un euro, conquistateci così, col vostro charme) con tessera ARCI, a partire dalle 22 circa.
Siate gli utilizzatori finali della nostra musica!
Durante il mio viaggio a Londra ho avuto modo di indagare sulla scomparsa di alcuni pupazzi molto popolari, con delle scoperte sconcertanti.
Iniziamo dagli innocenti e lisergici Teletubbies. Che fine hanno fatto Tinky Winky, Dipsy, Nu-Nu, Po e La-La? E i loro creatori sono ancora a piede libero? Domande che chiunque abbia visto la popolare serie della BBC si è posto. I Teletubbies nascono nel 1997 e sono protagonisti di 365 episodi che sono andati in onda sulla rete nazionale inglese e in molti altri Paesi, Italia compresa. Un giro d'affari enorme, con pupazzi, dischi, dvd, tutto a base di pupazzi colorati che non parlano o quasi, non fanno niente a parte cantare musichette idiote, si limitano ad essere. e a fare versi Insomma, una boy band per un pubblico in età prescolare. Avete mai provato a vedere una puntata dei Teletubbies? L'effetto è quello di una canna pesantissima quando si è stanchi e fa caldo: annichilimento totale delle capacità cerebrali, azzeramento del senso critico e della percezione dello spazio e del tempo. E il tutto è assolutamente legale. Beh, erano anni che non si avevano notizie dei Teletubbies, ma proprio quando io ero in terra d'Albione, la bomba: i Teletubbies si riformano (il che rafforza il parallelo con una boy band) per un tour che parte questo giovedì e che toccherà diversi centri commerciali (sic) del Regno Unito (non cinema o teatri, centri commerciali, santiddio). Chissà che non arrivino anche da noi: in tal caso si potrebbe fare questo giochino dal vivo.
L'altra notizia riguarda, invece, un pupazzo nostrano, che ha occupato moltissimi dei nostri pomeriggi televisivi, rubando la scena (sembra incredibile dirlo oggi) a Paolo Bonolis e a Licia Colò. Vabbè, quest'ultima considerazione è piuttosto plausibile. Stiamo parlando, l'avrete capito, miei piccoli lettori, di Uan, vero protagonista di Bim Bum Bam, trasmissione iniziata proprio in questo periodo nel 1983. La domanda "che fine ha fatto Uan?" rimbalza da anni da una pagina web all'altra, dopo la fine del programma nel 2000. L'hanno intervistato le Iene, è stato avvistato qua e là, è stato rapito, ma un tratto è stato (finora) comune a tutte queste notizie vere o presunte: il fatto, cioè, che Uan si fosse ritirato dalle scene. Bene, io ho la prova che Uan non è scomparso, anzi. Nella metropolitana londinese, infatti, ho fotografato la locandina che pubblico qui accanto (per vedere la foto ingrandita, cliccateci sopra, ma a vostro rischio e pericolo). Uan, per quanto porti addosso i segni evidenti di un periodo difficile, è vivo e canta insieme a voi, se andrete a vedere la versione italiana di Avenue Q, il cui tour parte tra un mese circa. Nel caso ci andaste, fatemi sapere com'è.