A day in the life - Diario urbano e amore per le parole lette, scritte, ascoltate


Max Waldman - Other Dances - Performed by: Natalia Makarova - Jerome Robbins Choreography - 
New York, l976 © Max Waldman Archives
Leggo:
Marco Corona - L'ombra di Walt
Richard Perez - Storia d'amore all'East Village
Dito Montiel - A Guide To Recognizing Your Saints

Sento:
Singer - Unhistories
Cloudland Canyon - Lie in Light
Portishead - Third

Ho visto (e ne sono felice):
Cargo 200
In Bruges
Gomorra

Ho visto (e avrei fatto meglio a starmene a casa):
Riprendimi
Smart People
Carnera


 

 


 

Maps. In onda alle 16
dal lunedì al venerdì,
sui 94.700 e 96.250 Mhz di
Città del Capo - Radio Metropolitana di Bologna,
o in streaming.
MP3 da scaricare senza problemi penali,
minilive, tricche e tracche,
foto di vip.
Maps: la vita non è solo spam.

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Meg
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There's A Place

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The Ikea Experience - Fast and Furious (and Rejects) Version
The Ikea Experience - I don't like Mondays (but they do)
La nota sala da biliardo
La guida per la matricola
Roma d'estate
Roma: la notte bianca 2003
Roma sotto la pioggia
L'autobus notturno
Paris, oh, Paris
Coast to Coast
Un tempo qui era tutta montagna
Slovenia: andar di là - 1 - 2
Londra: quasi una 48 ore
New York - 1 - 2 - 3
 
I'm A Loser

La rivolta degli oggetti - Prologo
La rivolta degli oggetti
La rivolta degli oggetti - Parte seconda
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Una serata secondo i programmi
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De fiducia
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Elio e le storie tese e Gianni Morandi - Bologna 02.09.06
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La pasta col cavolfiore al forno
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Ode al biscotto
Metti una sera a cena
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martedì, 20 maggio 2008
 

Cazzo ridi?

Trek Kelly - Target Iraq - Crying SoldierSono in giro da qualche mese, ma non ne avevo sentito parlare fino a poco fa, quando ho letto l'editoriale di Gianni Canova su duellanti. Esistono diversi modelli di macchine fotografiche digitali che hanno il sistema "Smile Shot": si tratta di un metodo di riconoscimento automatico del sorriso. Tu punti la macchina su un soggetto, inquadri il viso nel display, e la macchina scatta automaticamente solo quando il soggetto sorride.
E le macchine con questa tecnologia non sono così costose, anzi.
Ma esiste anche l'"Happy Face Retouch": tu scatti la foto di una persona triste, e il software ritocca automaticamente la foto, facendo sorridere il soggetto inquadrato.

Non ci credete? Leggete qua e qua.

"(...) non ci si dica più che l'immagine fotografica è un "documento" della realtà. Non lo è mai stato, e le nuove tecnologie lo rendono evidente in modo incontrovertibile. Del resto, riuscite anche ad immaginare un Berlusconi, o un Sarkozy, o un Bush, ritratti mentre piangono? No, il pianto del Potere appartiene alla sfera o del Tragico (ma il Potere oggi non conosce che il Grottesco) o dell'Impossibile. Quindi, sorrisi obbligatori per tutti. Dal Re al Buffone. E avanti con la Grande Rimozione: quella con cui il Potere cerca di illuderci che sia possibile rinunciare a fare i conti con la realtà."
Gianni Canova,
duellanti n. 42, maggio 2008, p. 1

adayinthelife | 20:54 | commenti



domenica, 11 maggio 2008
 

My N.Y.C. - 3

Ristoranti. L'ostello dell'anno scorso aveva una cucina, quello di quest'anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell'enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally - che non ricordavo: "Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto"), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E' divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz'ora sull'amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato "Metempsychotic Melodies"... Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest'anno. Compratevi il loro disco "Unhistories", in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all'altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. "Dobbiamo andare uptown o downtown?" "Dov'è la fermata giusta?" E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l'A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza "Stay clear from the closing doors, please", diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l'altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all'ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell'usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l'anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c'è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark's Place al ristorante etiope dove sono stato, dall'ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l'anno scorso, recuperato quest'anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre "Non era una buona giornata per chi le ha dipinte", e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un'opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell'opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto "sorry" e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell'opera? Sarà, ma l'unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov'eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi "American Dream Hostel") che conosce mezza università dell'Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi "Oook, oook, aaalright."

Yuppi! Cos'altro si dovrebbe dire quando si sale sull'enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L'anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest'anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz'ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest'anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E' vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest'ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po' come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC. 

adayinthelife | 19:41 | commenti (10)



sabato, 10 maggio 2008
 

My N.Y.C. from A to Z - 2

iPod. Il lettore mp3 più popolare del mondo è più diffuso dei semafori, a New York: se l'anno scorso tutti avevano il modello "video", quest'anno - ovviamente - hanno tutti il "touch" o l'iPhone. Ma quando dico tutti, intendo tutti: ho visto signori nel pieno della terza età smanettare sullo schermo, scegliendo - chissà - tra standard di Tony Bennett e sinfonie di Mahler. Ci sono altri sintomi legati alla popolarità dell'aggeggio: negli Apple Store in cui sono stato, quello "storico" di Soho, ma anche quello nuovissimo e aperto 24 ore su 24 della 5th Avenue, gli iPod vengono venduti come bruscolini, ad una velocità impressionante. E anche al concerto di Feist, per carità, tutti contenti e partecipi ad ogni brano suonato, ma mai quanto è stato per "1234", canzone usata per uno spot del lettore. E se siete curiosi, sì, me ne sono comprato uno: costa 100 euro in meno che in Italia, e il mio non so a quante "manovre di Fonzie" potrà resistere ancora...

Job. Mi sa che nel post precedente alla mia partenza vi ho tratti in inganno involontariamente: non sono andato a New York a fare dei colloqui di lavoro, ma degli incontri di lavoro, cioè legati ad uno dei lavori che già faccio. Questo mi ha permesso di entrare nel Flatiron e nel palazzo della Random House. La cosa più difficile dello stare in posti del genere è non perdersi. Io, che come noto ho il senso dell'orientamento di un lombrico morto, spesso mi trovavo a prendere l'ascensore, salire al piano che mi serviva e... rimanere immobile in una lobby bianca, senza indicazioni sulle porte che vi si affacciavano, aspettando che qualcuno entrasse da qualche parte per seguirlo. Molto umiliante, ve l'assicuro...

Katz's. Forse questo posto non vi dice niente. E se guardate questo? A parte il richiamo cinefilo, da Katz's si mangia benissimo. Ho ordinato il famoso "pastrami sandwich": immaginatevi due sottili fette di pane di segala (spesse circa mezzo centimetro l'una) con in mezzo una dozzina di fette di carne pastrami (spesse circa un centimetro l'una). Davvero. Un'esperienza quasi mistica. O dovrei dire orgasmica? Inoltre, come vedete nella foto, i salami di Katz sono lì apposta per risollevare il morale delle truppe...

Libri. Quest'anno sono andato in tantissime librerie, con la scusa di cercare un libro per un'amica. E mi sono reso conto che (come accade con la musica) a New York si possono acquistare ottimi volumi per pochissimi soldi. Non c'è solo Strand, che comunque è impressionante in quanto a spazi e quantità di libri in vendita, ma anche tantissime librerie di usato, disseminate ovunque per la città. Gli acquisti di cui vado più fiero? La prima edizione inglese, del 1925, delle novelle di Verga tradotte da D. H. Lawrence, regalate all'amico a Princeton (vedi più avanti), e la prima edizione di A New Path to the Waterfall, l'ultimo libro del sempre adorato Carver. In tutto, per i due volumi, ho speso 35 dollari, poco più di 20 euro.

Metropolitan Museum. Uno dei luoghi che non sono riuscito a vedere l'anno scorso, quest'anno non mi è sfuggito. Il Metropolitan è una città-stato, una specie di macchina del tempo e dello spazio talmente enorme che anche se è piena di gente sembra poco affollata. Il problema che un luogo del genere ha in comune con altri musei nel mondo è che, dopo un po', tutte le bellezze che si vedono confondono e si confondono tra loro: una via di mezzo tra la sindrome di Stendhal e l'indigestione di cannoli. Comunque tutto è stupendo, bellissimo, emozionante, gigantesco. Una versione museale dei sentimenti che dà la città.

New Museum. Il nome completo sarebbe "New Museum of Contemporary Art", ma viene chiamato soltanto "il museo nuovo" un po' per la mania di abbreviare e condensare tipica newyorchese, un po' perché effettivamente è la grande novità di Manhattan: siccome il MoMA e il Guggenheim non bastavano, e il Whitney (vedi il prossimo post), neanche, ecco prendere piede, nelle ultime due decine d'anni, il progetto di un museo dedicato solo all'arte contemporanea. Una struttura bianca e sbilenca, sulla quale campeggia una scritta colorata che dice "Hell, Yes!". Questo dovrebbe farvi capire, ancora una volta, quanto questa città sia dinamica in tutto e per tutto. Per quello che c'è dentro adesso, vi rimando al sito.

Obama. Uno dei due candidati democratici per le presidenziali di novembre è dappertutto: o meglio, in negozi e banchetti ci sono le sue spille e magliette, in grande quantità (la migliore che ho visto era dedicata alla "minoranza" ispanica e diceva "Sì, se puede": meravigliosa), ma ho visto poche effigi dell'omino sulla gente. Questo potrebbe farci riflettere. O anche no. Il clima che si respira riguardo alla sfida con la Clinton (che è vista alla stregua di una repubblicana), è che questa tenzone non sia volta a scegliere il candidato che dovrà sfidare McCain, ma che sia la campagna elettorale presidenziale vera e propria. Sperando che, tra i due litiganti, il terzo non goda, per evitare di beccarci un repubblicano, ancora, alla guida degli USA.

Princeton. Se l'anno scorso la "gita fuori porta" era stata a Boston, quest'anno abbiamo passato una mezza giornata a Princeton, per andare a trovare un amico dei miei che insegna italiano là da vent'anni e passa. Avete presente, no, Princeton? Dove ha lavorato Einstein e dove stanno premi Nobel, futuri premi Nobel, probabili premi Nobel che insegnano a prossimi premi Nobel? Ecco, lì. A Princeton tutto è verde e tranquillo. A Princeton c'è il laghetto con le paperelle. A Princeton c'è il mercato dei produttori biologici. A Princeton i saluti sono "Ciao, profesori". Alla mensa di Princeton si mangia benissimo. A Princeton ci sono praticamente solo bianchi. A Princeton si arriva con un trenino grande da qui a lì. Bella, Princeton, per carità. Ma ridatemi lo smog, il casino, l'eccitazione di NYC, please.

Quinta Avenue. L'anno scorso, paradossalmente, avevo girato poco per Manhattan: avevo visto il Bronx, il Queens e Brooklyn, ma solo negli ultimi giorni avevo passeggiato senza meta nel cuore della città. Quest'anno ho vagato un sacco, e camminare lungo la 5th Avenue, partendo da Central Park e risalendo fino all'Upper East Side, è stata una delle esperienze più divertenti in assoluto. Lo so, scritta così sembra una sciocchezza, ma chi di voi è stato a New York capisce di cosa parlo. Se la città è davvero una raccolta di palcoscenici a cielo aperto, beh, immaginate che la Quinta sia il mainstage e avrete colto la cosa.

continua, ancora...

adayinthelife | 15:17 | commenti



venerdì, 09 maggio 2008
 

My N.Y.C. from A to Z - 1

American Dream Hostel. Un nome che è tutto un programma, quello del posto dove ho alloggiato stavolta. Un posto simile alla casa di Elwood ne I Blues Brothers, con ospiti che si incontrano nella sala da pranzo e scoprono per caso di avere vissuto per venticinque anni a due strade di distanza dall'altra parte degli Stati Uniti. E il proprietario che si commuove quando ce ne andiamo e, come un papà, ci dà la busta coi soldi per pagarci la navetta fino all'aeroporto.

Blues. Sono stato due volte al Terra Blues: avete presenti i locali con i tavolini davanti al palco, la gente improbabile, schitarrate e canzoni che dicono "I'm so lonely", eccetera eccetera? Ecco: tutto questo è quel locale del Village, dove ho visto un grandissimo concerto di James Armstrong (video qua). Uno che ad un certo punto si è messo a suonare sul bancone e in mezzo alla gente. Per dire.

Cinema. Ci sono stato tre volte: per caso i film che ho visto erano in due delle sale più "in" della New York alternativa, l'Angelika Film Center e l'IFC Center. Dei film ne ho parlato altrove (qua e qua), ma devo dire che questa semplice attività mi ha fatto sentire a casa, visto che vado al cinema di continuo. E fare la fila per il biglietto mi ha fatto tanto sentire Charlie Brown e i suoi amici. "Uno, prego".

Destroyer. Il mio primo concerto di questo viaggio è del signore canadese. Concerto un po' deludente, devo dire. Band di spalla una inutile (Colossal Yes), una buona (Andre Ethier). Sale sul palco Destroyer e non mi sta simpatico. Inoltre assomiglia un sacco a Pino Daniele, e quindi, da quando inizia cantare a quando smette di farlo, sono tesissimo perché temo attacchi "Napul'è". Se volete, le foto del concerto sono qua (e noterete la somiglianza co' Ddanie').

Elaine's. Da quando Woody Allen me l'ha mostrato, dopo i titoli di testa di Manhattan, non me lo sono più tirato via dalla testa. "Quante persone interessanti ci saranno da Elaine's, quanti discorsi meravigliosi, quanti Woody Allen ci mangeranno!". Per carità, Elaine's è un ristorante molto bello e "al'europea" nell'Upper East Side (ma va?), dove si mangia bene. Ma dove non dovevamo andare alla fine del viaggio, perché, dopo avere visto i prezzi, la tentazione di ordinare un brodino e un bicchiere d'acqua di rubinetto è stata grande. Ma alla fine è andata bene.

Feist. Il concerto più atteso, diciamolo, visto nella magnifica Hammerstein Ballroom. Un concerto all'insegna del dolce&tenero, ma che ha mostrato la signorina (canadese anch'essa) molto più grintosa e meno timida di quanto pensassi. La cosa più bella della serata sono stati i visual creati al momento da una coppia di artisti (presumo canadesi pure loro), mischiando tecniche di collage, silhouettes, disegni e riprese video. Stupendo. (Qui ci sono i video di tre canzoni, qui le foto: lo dico per completezza)

Guggenheim. L'anno scorso era impacchettato, quest'anno pure, quindi tanto vale andarci, mi sono detto. E ho visto una mostra molto bella di un tale Cai Guo-Qiang, potente, di impatto fortissimo e, per una volta, comprensibile ed emozionante anche per i non addetti ai lavori. E salire e scendere le spiralone del museo è comunque una bella esperienza.

Hotel Gansevoort. Me l'aveva scritto un amico. "Vai al Plunge, il bar all'ultimo piano dell'Hotel Gansevoort, nel Meatpacking district." E io ci sono andato, facendomi largo tra modelli e modelle, casualmente all'ora del tramonto. Quello che ho visto dalla terrazza del bar è questo.

continua, ahivoi

adayinthelife | 17:09 | commenti (1)



lunedì, 21 aprile 2008
 

Back in the New York Groove

Oh, yeah. Torno a NY, stavolta per due settimane. Concerti, un paio di appuntamenti di lavoro, passeggiate, musei, caffè, incontri, forse qualche proiezione al Tribeca Film Festival, un pranzo alla Princeton University (pure!).
Insomma, rispetto all'anno scorso, un po' meno turista, un po' più qualcosa che si avvicina al vivere la città.
Maps continua grazie ai prodigi della registrazione digitale, Seconda Visione è affidata alle braccia robuste dei miei colleghi Pape e Tom.
Statemi bbuono, ché poi, quando torno - se tutto va bene - ci saranno cartacee novità.

adayinthelife | 18:56 | commenti (3)



sabato, 19 aprile 2008
 

They will survive (?)

Lo sapete: la maggior parte delle band nuove, secondo me, hanno vita breve, per quanto le loro canzoni possano essere divertenti, suonate bene, orecchiabili.
Ho sempre sospettato che i Vampire Weekend avessero qualcosa in più: le splendide esecuzioni live di tre dei brani del loro disco d'esordio, con trio d'archi, sono la prova che hanno qualcosa in più delle varie next big things che affollano i nostri hard disk, lettori mp3 e (talvolta) playlist radiofoniche.

(da Pitchfork.tv: un sito, una dipendenza)

adayinthelife | 13:45 | commenti



martedì, 08 aprile 2008
 

In picchiata

Che Alitalia stia precipitando, e vabbè, si sa. L'ho capito ogni volta che, negli ultimi dieci anni, ho tentato di volare con "la compagnia di bandiera": prezzi quanto meno raddoppiati rispetto alla migliore offerta per un volo simile (non sto parlando solo di low-cost).

Ma adesso siamo al colmo: aumentano anche i giorni ai mesi. O sbagliano di scriverne il nome. Roba da niente per chi deve prenotare un soggiorno... Ancora una volta: pixel rubati all'agricoltura.

30 ne ha novembre, con april, giugno e settembre...

adayinthelife | 20:57 | commenti (3)



mercoledì, 02 aprile 2008
 

Machine Gun

"Do we exchange cards?", mi chiede la potentissima agente giapponese, alla fine della riunione.
Una riunione che mi ha visto - in quanto soggetto nuovo, inedito, sconosciuto, occidentale, italiano - oggetto di domande indiscrete nei contenuti tanto quanto impeccabili e gentili nella forma.
E io non ho un biglietto da visita con cui concludere degnamente la riunione.
Una riunione in cui l'agente e un suo collaboratore chiedevano, discutevano, confabulavano tra loro, mentre io cercavo di cavarmela. E mentre un'altra giapponese scriveva tutto quello che ci dicevamo, e un agente se possibile ancora più potente della mia interlocutrice ascoltava, suggeriva domande, commentava. In giapponese.
Vengo a sapere che il biglietto da visita viene dato con due mani. "E' una questione zen, di ying e yang", mi dice I. E io, che di zen non so nulla, e diffido senza sapere, non ho un biglietto da visita da porgere con due mani.
Usciamo.

Mi si chiede di essere una mitragliatrice, ultimamente. E allo stesso tempo di esserne il bersaglio, un omino-sempre-in-piedi.
Ed è forse per questo che mi sono completamente distaccato da tutto l'altroieri, a Firenze, quando sono andato a vedere i Portishead. Un concerto perfetto, impeccabile, con Beth Gibbons che pareva sollevare tutto il dolore del mondo ad ogni nota.
Mi viene richiesto di continuare, di non abbattermi, di non pensarci, di andare avanti, con o senza biglietti da visita. Di fare bene, fare tutto, sorridere, calcolare, rispondere, prendere decisioni, essere efficiente. E' una guerra, ma se ne accorge qualcuno?
In questi momenti, in cui sembra di fare, fare, fare, avendo così poco (se non niente) indietro, è stato un piacere abbandonarmi alla band inglese, che ha suonato solo per me. Che sia stato un caso che l'unico brano che abbia ripreso, dopo decine di foto scattate, sia stato "Roads"?
 

adayinthelife | 22:47 | commenti (4)



giovedì, 27 marzo 2008
 

Più vicino Di Pietro di Veltroni?!

Ma soprattutto cos'è la lista "Per il bene comune"?

adayinthelife | 19:01 | commenti (10)



lunedì, 24 marzo 2008
 

Cartoline da un altrove vicino

L'effetto che mi fa Olivier Adam, ad ogni suo libro, è devastante. Ho già scritto qua di Scogliera, ma Stai tranquilla, io sto bene (suo primo romanzo, uscito da poco per minimum fax) mi ha colpito ancora di più. Ci sono delle situazioni di lettura che creano qualcosa di incredibile: io amo leggere in treno, per esempio. Concentrato sulle parole, con la musica nelle orecchie, di solito lascio che le pagine mi evochino dei volti, mentre sto a capo chino sul libro.
Quale è stato il mio turbamento quando ho visto, seduta davanti a me, Claire, la protagonista del romanzo che avevo appena iniziato a leggere. Una ragazza come la descrive Adam, con parole che conosci bene e che sai che devi limare qua e là per farle combaciare a un'immagine vera. La mia Claire, per esempio, non era bella quanto la Claire descritta nel romanzo. Ma questa imperfezione l'ha resa ancora più vicina al personaggio, rendendo quest'ultimo, a sua volta, ancora più vivido, in uno scambio serrato e ubriacante tra la realtà vissuta e quella scritta.
E mentre la mia Claire dormiva, tanto che mi è bastato guardarla due volte sole per imprimere il suo volto nella mia mente, mi sono reso conto che le parole di Adam mi avevano catturato, ancora una volta. Poche parole, secche, precise come sempre, una breve frase dopo l'altra, ed ecco, sei preso, per sempre, fino alla fine del romanzo. Talmente preso che non mi sono più reso conto di cosa facesse la ragazza davanti a me: non era importante, ero impegnato con la vera Claire, quella che correva tra le parole, capitolo dopo capitolo, tra il supermercato di Parigi dove lavora, i suoi ricordi, la casa dei suoi genitori che stava andando a trovare, proprio come me, che stavo andando a trovare i miei, con quel treno.

Il mio respiro sarà aumentato di intensità, la mia temperatura sarà cresciuta di qualche grado, come diceva Checov: Adam ha raggiunto ancora una volta il suo obiettivo. E avrà reso "creature di carne e sangue" me e Claire, me e la ragazza di fronte, e le due Claire, ognuna ignara dell'esistenza dell'altra, a qualche decina di centimetri d'aria di distanza.

"(...) bisognava partire, scappare, lasciare la Francia, che sapeva di chiuso, che ti soffocava, oppure al contrario immergercisi completamente, percorrerla in lungo e in largo, andare verso l'oceano, cercare delle radici là dove si sarebbe deciso di metterle, inventarsi una vita, andare ovunque o da nessuna parte, perché quando venivi da lì, dalla periferia parigina, non venivi da nessuna parte, venivi da una no man's land e dovevi costruirti da zero." (Olivier Adam, Stai tranquilla, io sto bene, minimum fax, Roma 2007, pag. 42, trad. di Maurizia Balmelli)

adayinthelife | 21:48 | commenti (1)



giovedì, 20 marzo 2008
 

Pixel rubati all'agricoltura
Una rubrica un po' rubata al blog di Gago (che mi fa sempre molto ridere)

Maddai?

adayinthelife | 01:05 | commenti (5)



lunedì, 17 marzo 2008
 

Radio Days

Dice, ma come va con la radio? Ma va bene.
E' andato in porto il secondo progetto che ho co-curato per il ventennale di Radio Città del Capo: dopo Fellini alla radio ecco a voi Matite per la radio, una serie di opere inedite di fumettisti più o meno famosi creata apposta per festeggiare RCDC. E domani celebriamo l'uscita del cofanetto con una festa che mi vedrà in consolle insieme ad altri amici, colleghi, fumettisti e dj.
Pitchfork, la snobzine più amata dall'indiepianeta, continua ad apprezzare Maps, la trasmissione che conduco ogni giorno dalle 16 alle 1730: grazie a don Clancy, coautore e fondamentale "master of puppets", ecco un altro live della trasmissione sparato oltreoceano.

Quando la stanchezza viene ripagata, si sa, sembra un bel po' più sopportabile.

adayinthelife | 22:01 | commenti



venerdì, 14 marzo 2008
 

Quando il gioco sfugge di mano

La notizia, riportata dal "New Musical Express", aveva dell'incredibile: mandando dello sperma in Irlanda si aveva un pass per un festival musicale a scelta in Europa. Ma no, il sito è vero: basta iscriversi, ti mandano a casa un contenitore, fai quello che devi fare, lo rimandi.

Sono state vere anche le migliaia e migliaia di richieste che sono arrivate agli organizzatori dell'iniziativa. Troppe, anche per le critiche riserve di seme irlandesi. Quindi solo i primi sono stati premiati col pass.

Una volta tanto ad avere la meglio sono stati i più veloci.

adayinthelife | 21:09 | commenti (3)



venerdì, 07 marzo 2008
 

Squali

La riflessione che segue viene stimolato da un post del sempre valido Petunio, che parla di libri con prime tirature a quattro zeri e film che escono in qualcosa come 835 copie sul territorio nazionale. Come dice giustamente Petunio, questo significa "cagare sul mercato" e "distruggere il pubblico".
Partiamo da lontano, cronologicamente e dal punto di vista dell'oggetto: negli anni '80 Reagan e la Thatcher hanno portato sull'orlo della recessione (e a volte un po' più in là) i Paesi che governavano. Questo risultato è da imputarsi anche alla loro politica economica, basata su un ragionamento che logicamente fila, ma pragmaticamente fa acqua da tutte le parti. Togliamo tasse ai grossi imprenditori, in modo tale che possano reinvestire il capitale sulla produzione. Cosa che, ovviamente, non si è verificata.
Tenendo fermo il concetto di reinvestimento, passiamo al nostro Paese, negli anni '50 e '60. Il cinema va benissimo, sotto ogni prospettiva. Record di produzione di film, record di spettatori, record di premi vinti dai film italiani. E' il periodo dei grandi Fellini, Antonioni, Visconti. Che incassavano pochissimo (a parte le eccezioni degli scandalosi La dolce vita e Rocco e i suoi fratelli), ma portavano via dai festival chilate di riconoscimenti. Cosa accadeva? I grandi produttori investivano poco su film di genere che incassavano un sacco di soldi, e giravano gli utili per realizzare film "alti", che di certo non costavano poco.
Certo: c'era il pubblico che permetteva queste cose, visto che il cinema era un modo per evadere a poco prezzo. E c'erano anche degli imprenditori che non pensavano soltanto al soldo, ma rischiavano. E, soprattutto, amavano la cultura, ed era per loro fonte di orgoglio produrla, anche in forme scomode. Per dire: Pasolini non era uno che si pagava i film da solo.

E oggi Grande, grosso e Verdone esce in 835 copie. Praticamente lo vedi anche se non vuoi. Perché? Perché i produttori devono andare sul sicuro: ed ecco spiegate le dozzine di sequel, prequel, spin off, adattamenti. Non si può rischiare, né su un titolo né su un nome nuovo.
Voi direte: c'è la legge sul cinema. Sì, ma la legge sul cinema dà i soldi per produrre non per distribuire. Quindi Silvio Muccino, tanto per fare un esempio, ha avuto i contributi statali (oh yeah), ma è uscito in un buon numero di copie grazie ad altri accordi e capitali. La maggior parte dei film che vengono prodotti con il contributo del Ministero non escono nei cinema. O meglio, stanno un giorno in programmazione a Roma e Milano: tanto basta per dire che sono usciti.

Passiamo all'editoria. Da poco di tempo lavoro in una piccola-media casa editrice "di nicchia". O meglio, lo era, di nicchia, perché fino a poco tempo fa i fumetti non venivano considerati dalle major editoriali. Adesso cosa succede? Che tutti si buttano sul fumetto. Il punto è che "cagano sul mercato". Si portano via autori con anticipi pazzeschi, fregandoseli l'un l'altro. Chi rimane a bocca asciutta? Indovinate un po'... Il bello è che, nella maggior parte dei casi, stampano male, promuovono malissimo e distribuiscono peggio. L'importante è avere messo la zampa su Tizio Caio, che magari è abituato a guadagnare niente e viene - ovviamente - tentato e firma contratti con clausole strettissime, praticamente non rescindibili.
E quindi nelle grandi librerie (che a loro volta ammazzano le piccole) c'è praticamente un unico grande scaffale, con un centinaio di titoli in vista, e basta. In questo modo non si promuove la cultura, la si impone.

Ora, miei piccoli lettori, mi chiederete: ma come, un Paese allo sfascio, le morti sul lavoro, la monnezza, e questo mi parla di cultura? Il punto è che lo stato di salute di una nazione si vede anche da cose come queste. E in ogni caso ci sarà sempre un problema più importante "d'a'cultura" da risolvere. Mettiamoci, quindi, l'anima in pace, non saremo soli: gli schieramenti in lizza per le prossime elezioni, ancora una volta, sfiorano appena l'argomento.

adayinthelife | 21:03 | commenti (13)



mercoledì, 05 marzo 2008
 

Tranquilli, il blog è ancora vivo...

... e anche loro, anche se non sembra.

 

(Grazie alla Pupona che mi ha mandato il link via mail.)

adayinthelife | 20:05 | commenti (4)