venerdì, 30 gennaio 2004
Vita ed opere di Emanuela Folliero
Guardavo tanti anni fa la pubblicità del Mentadent, una delle prime in cui compariva anche il sito del prodotto. E mi chiedevo: ma che mai ci sarà in un sito di un dentifricio? Ho acceso la televisione ed è apparsa labellaEmanuelaFolliero. Non perché la paragoni ad un dentifricio, non sia mai, ma insomma, sono andato a vedere il suo sito (ah, la noia...). Come esperienze recenti mi hanno insegnato, la prima cosa da guardare dopo essersi scaricati le foto zozze è la biografia. L'ha scritta un genio. Sentite qua.
Dopo aver frequentato un istituto di grafica pubblicitaria e aver lavorato come illustratrice presso un fotografo, inizia la carriera di fotomodella e debutta poi in televisione nel 1986 presentando il programma sportivo "Milan-Inter" sul canale cattolico lombardo Telenova. Secondo me è rimasta in ottimi rapporti con il canale cattolico. Hanno sue foto appese ovunque, in redazione.
Nel 1987 ottiene la parte della terribile insegnante di ginnastica Denise (doppiata da Daniela Trapelli) nel telefilm preserale di Italia 1 "Licia dolce Licia", con protagonisti Cristina D'Avena, Pasquale Finicelli e Salvatore Landolina. A parte che io ero un grandissimo fan di Licia dolce Licia e mi rode non ricordarmi della comparsata della nostra... Doppiata. Ma anche la Loren ha iniziato così. E anche la Dellera, che però ha finito, credo. Spero.
Notata dal presentatore Jocelyn presso gli studi della Rai dove si reca per accompagnare un amico parrucchiere, nel 1988 fa l'arbitro nel divertente gioco a premi da lui condotto su Rai 2 "Conto su di te", mentre l'anno successivo è addirittura promossa a co-presentatrice. "Ehi Gioslèn, guarda là!" "Parbleu, che parrucchiere! Aspetta che quasi quasi lo prendo nel divertente gioco a premi da me condotto" "No, dicevo la ragazza" "Ah, bon, oui. La ragazza, la ragazza..."
Nel 1990, dopo estenuanti provini, è scelta personalmente da Silvio Berlusconi come nuova annunciatrice di Retequattro al posto della "veterana" Cinzia Lenzi, che lascia per dedicarsi completamente alle gioie dell'imminente maternità. C'è bisogno di commenti? No, vero? No.
Affetti speciali è l'ennesimo programma di cinema presentato da Emanuela prima di sostituire egregiamente Iva Zanicchi in OK, il prezzo è giusto. Nel 2000 eredita lo scettro dalla collega Silvana Giacobini, di reginetta del gossip grazie alla trasmissione Sabato Vip. In questo caso la pacatissima Emanuela diventa tagliente e critica nei confronti dei vip e del mondo che li circonda. Mi è dispiaciuto non averlo visto mai, Sabato Vip. Mi immagino l'aspra critica nei confronti del mondo dello spettacolo, della politica. Roba da fare impallidire Habermas. E pure Markuse. E anche quelli di Spocchia e magari anche Labranca. A quando un bel blog, Emanuela?
Ma il sito è una scoperta continua. Se andate su Multimedia e poi su Giochi, lei vi accoglie intrigantemente ed educatamente con questa proposta: "Ok ragazzi ! Benvenuti nella mia pagina dei giochi. Da questa sezione del sito, potrete giocare (se ne avete voglia naturalmente), con i miei giochi preferiti e chiaramente direttamente ONLINE!" Il gioco proposto è il Solitario, pensate che ragazza semplice. Il dorso delle carte, però, riporta il suo bel visino. Un must.
Ma non di soli giochi si vive. Il PC serve a tante cose: "...Cosa pensi di Internet? Credo che sia un mezzo di comunicazione molto interessante e se preso nella maniera giusta anche molto utile, ad esempio, quando sono stanca e quindi ho necessariamente bisogno di stare a casa, ma apro il frigo e scopro che è vuoto, accendo il mio Computer e inizio a girovagare tra i vari supermercati online, e una volta trovato quello che mi interessa acquisto e poi ..... mangio !!!" Mitica. Miticissima. Se fosse per lei, l'e-commerce andrebbe a gonfie vele. "Dallo spillo all'elefante".
Emanuela pensa anche ai visitatori del sito. E loro pensano a lei (molto), e commentano (moltissimo) qualsiasi cosa. Una selezione rapida (copiati e incollati così come sono):
- servizi sociali: ciao sei molto bella dimmi il tuo segreto che lo svelo alla mia ragazza - c.b. tirzan: ciao bellissima mi sono innamorato di te ogni volta che vado in camion ti vedo nuda che bella che sei - servizi sociali 2: quando ti guardo per la tele mi faccio sempre mia morosa - verace: mortacci quanto sei tanta! - poetico: Ne li occhi porta la mia donna Amore per che si gentil ciò ch'ella mira; ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira, e cui saluta fa tremar lo core.......sei bellissima - il mio nome è Trainer, Personal Trainer, ma tu puoi chiamarmi Wellness: Il tuo sito è interessante,peccato non vi siano news attinenti al fitness e al wellness. Parola di personal trainer. - servizi asociali: Ho 40 anni e non faccio altro che guardare le tue foto sia sul giornale che su internet.Mi piacerebbe incontrarti magari se vieni a Messina me lo farai sapere.Litigo sempre con gli amici perchè non faccio altro che parlare di te.Spero mi mandi un email ciao tanti bacioni . Sei la migliore sia come bellezza che come umanità. Sei bella come una bellezza naturale. - chi rompe paga: P.s. la mia ragazza mi ha lasciato per colpa tua adesso devi rimediare ci mettiamo insieme???? - udienza papale: Se vuoi fare un'opera di bene non devi fare altro che farti sentire e fissarmi un appuntamento. - taumaturgia oggi: ciao ti invito ad un pellegrinaggio al bambino gesu di gallinaro - rsvp. Stop: LA PREGO DI RISPONDERE AL MESSAGGIO CHE LE E' STATO IN VIATO AL PIU' PRESTO CORDIALI SAULUTI - gelosia canaglia: sei solo una puttana (commento postato da una donna, ovviamente) - gelosia canaglia 2: sei volgarissima, ma ki ti credi di essere, mignotta! ricordati che gli uomini ti fanno solo i complimenti perche' sei solo una donna da letto. TROIA (come sopra. Poi, quando uno avanza l'ipotesi che le due gelose possano essere brutte...) - de vulgaritate: carissimo, nn e' invidia anche noi siamo due belle ragazze ma il fatto che come donna nn e' fine, nn ha grazia. esempio, monica bellucci nn e' per niente volgare, lei invece da' tutta questa immagine. noi la pensiamo cosi, ci dispiace
- de vulgaritate 2 (a.k.a: de gustibus): grazie x il carissimo ma io la penso diversamente se mi parlate di valeria marini sono d'accordo con voi ma di emanuela mi dispiace ma vi sbagliate di grosso - anatema (a.k.a. gelosia canaglia 3): ti auguro il peggiore anno per te, ti auguro una malattia o le cose piu' brutte di questo mondo, come vedo ci sono altr donne che ti odiano, meno male. devi crepare - pane al pane: il fine chiosatore: Bella sei bella, anzi bellissima, un po' zoccola pure, ma credo che sia normale..... figuriamoci nel mondo che frequenti. E poi voglio vedere quanti bacchettoni non se lo farebbero succhiare da una come te, per non parlare della sodomia!! Ragazze, lasciate i commenti lascivi a noi "porcelloni" perchè i vostri sanno tanto del vorrei ma non posso e sembrano ombreggiati dal verde invidia! Abbracci e tanti bacioni (con lingua e mani sulle meraviglie ovviamente) - cinefilia: A proposito xkè nn pensi di fare un bel film erotico,magari con il mitico Tinto Brass? - poetico 2: La felicità e la tristezza sono come degli spot pubblicitari ke interrompono il film della nostra vita!
Basta così. Il resto guardatevelo da soli. Però un'ultima dritta ve la do. Se andate sul suo sito, non dimenticatevi di passare il mouse sulla foto del suo viso, in alto a sinistra, e di tenere le casse del pc accese. Vado a giocare un po' a Mentadentor.
martedì, 27 gennaio 2004
"My strong fingers beneath the snow"
Ogni volta che cade la neve, mi dimentico quando è stata l'ultima volta che l'ho vista. Come se la neve caduta coprisse anche i miei ricordi, e si posasse direttamente sulla neve passata, nascondendola. Tornando dalla radio, stanotte, sono passato in posti dove non c'erano orme e impronte. E mi sono emozionato. Però ho capito veramente di vivere di fretta, male, in questo periodo, quando mi sono reso conto che non avevo tempo per fermarmi a guardarla, la neve. Mi sono accontentato, dopo due ore di chiacchiere e musica lanciate nell'etere, del silenzio.
venerdì, 23 gennaio 2004
Porca a porca Cento parole a caso prima di andare a dormire
Lo so, il gioco di parole è facilissimo, chiedo venia da subito. Insomma, io Porta a porta non lo guardo, per evitare fastidiose orchiti. Oggi stavo guardando un film quando è squillato il telefono. Allora ho spento il videoregistratore. Finita la telefonata sono tornato davanti al televisore, sintonizzato su Rai Uno, e chi ho visto? Proprio lei, Melissa P. a Porta a porta. Dopo la prima fitta al basso ventre, mi sono chiesto che senso avesse continuare a chiamarla Melissapì. Ha un cognome, la fanciulla, ormai noto. Oltre ad avere cosce note, viso noto, voce nota. Non conosciamo ancora il suo stile di scrittura, ma in fondo per una scrittrice non è così importante. Eh già, perché la didascalica didascalia di PaP recitava: "Melissa P. Scrittrice". Un po' come le didascalie di Verissimo: "Manuela. Madre"; "Maria Teresa. Imperatrice d'Asburgo"; "Rin Tin Tin. Cane". Solo un po' meno ovvia. Intorno a Melissapì, una schiera di ospiti fantastici, come da tradizione vespasiana: Alba Parietti, Stefano Zecchi, le labbra di Alba Parietti, un prete, le tette di Ela Weber, Gianna Schelotto ed Ela Weber. E anche uno che ha partecipato all'isola dei famosi. Pappalardo, presumo, aveva la peperonata sullo stomaco, "impossibilitato a partecipare, poiché finito Alka Seltzer - stop". Vespa, ad un certo punto, ha detto che il giovine dell'isola dei famosi era un poeta, e lui ha tirato fuori il suo bel Moleskine e ha recitato una cosa. Metti che uno non ci creda, che è un poeta. Questo mi fa capire perché Vespa non inviti camionisti al suo raffinatissimo talk show. Accendere un TIR Iveco in uno studio televisivo può essere pericoloso. Le labbra di Alba Parietti tendevano comunque a difendere Melissapì, e hanno pronunciato la frase: "... anche se devo dire che se mia figlia ha fatto quelle cose lì, avrei avuto uno sciocchettino (sic)". Spero soltanto per un attimino, cara Alba, cosicché lo sciocchettino non si prolunghi in uno sciocchettone, chissà se no che può succedere alle labbra. Alba ha polemizzato con il prete sui costumi sessuali. Ha detto cose del tipo: "La Chiesa Cattolica non vede di buon occhio certe cose". Metti che non si fosse capito che lei, invece, è libera e folleggia, o almeno ha folleggiato e forse un po' invidia la Melissapì, così giovin e precoce. "Ah, avessi la tua età", ha pronunciato Alba. "Ma come, Alba?" hanno detto le sue labbra mettendole il broncio. Ci è voluto un po' perché facessero la pace. Ad un certo punto Melissapì ha detto che "la vita e l'eros sono mondi sconosciuti e vasti", e le tette della Weber hanno replicato: "Sul vasto, siamo d'accordo". Io ho avuto un'altra fitta all'inguine. La ragazzina, che ha un sito tutto da vedere (in particolare la sezione "letture" e quella "opere" - le sue opere, che avete capito), la fanciulla, dicevo, pardon, la scrittrice, ad un certo punto è stata travolta dal becero chiacchiericcio che, immagino, caratterizzi PaP. Ed è rimasta zitta, più o meno. Un po' come quando io tentavo di intromettermi nelle discussioni dei grandi senza riuscirci. Ho i miei seri dubbi che Melissapì abbia scritto "Cento colpi di spazzola" (da cui, ovviamente, verrà tratto un film: "Cento colpi di ciak prima di andare a dormire" - buona la prima). L'ho sfogliato in libreria, ho letto alcune pagine, e ho pensato che quelle fantasie sono ciò che la maggior parte degli uomini vogliono sentirsi dire e vogliono leggere, il che è ben diverso dalle fantasie di una donna. Ah, come dite, non sono fantasie? Sono fatti reali? Pornorealismo. Va bene. In ogni caso, anche se la manina che ha vergato quelle parole è la sua, è stato pensato per un pubblico maschile. Però Melissapì rispondeva bene alle domande che le facevano. Si vedeva che aveva studiato, che il suo libro l'aveva letto. Ho spento la televisione prima che le dessero il voto.
P.S. Scusate, ma non resisto. Dalla biografia sul sito: "I primi anni della sua vita sono stati assolutamente insignificanti, giocava con un'amica immaginaria di nome Lucia e faceva l'amore con un pupazzo dalle dimensioni umane che si chiamava Spumone". Spumone. E ci faceva l'amore. E per fortuna che nella biografia non si citano le Barbie. P.P.S. Avrei voluto mettere una foto di Melissa, ma con tutti i soldi che ha (anche solo per prestare viso&corpo, qualcosa le hanno dato, no? Oppure sfruttiamo i minorenni?), dico, se si mette in testa di farmi causa, mi tocca vendere un rene o andare in carcere. Oppure, magari, scrivere un libro erotico, su un ragazzino, cioè io, che ha incontri particolari e continui con tutta la sezione femminile del circolo ARCI "Sirenella" di Bologna. Ho il titolo: "Cento passi di liscio prima di andare a dormire".
lunedì, 19 gennaio 2004
Festivalieri
C'è una strana sensazione, quando finisce un festival di cinema e ci sei andato, diciamo, "per lavoro". Da un lato sei saturo di film, code, file, incastri di proiezioni, articoli scritti di corsa. Dall'altro, invece, senti che non vorresti vivere in altro modo. Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma della fauna-da-festival. Anche un festival tutto sommato piccolo come il Future Film Festival di Bologna, presenta caratteristiche simili ad altri festival più grandi. Vediamo, quindi, da chi è normalmente popolato un festival di cinema.
Primo e pericolosissimo personaggio è il logorroico. Che voi direte "E vabbè, ma quello c'è anche a teatro, alle Poste, alla fermata del venticinque". Eh sì. Ma il logorroico-da-festival porta a strane reazioni la sua vittima. Perché si è lì al festival, in fondo in fondo, per una passione comune, il cinema. Quindi gli argomenti di conversazione possono essere interessanti, volendo. Ma è come dire di avere voglia di un panino e trovarsi di fronte ad una rosetta di sedici quintali. Manca la misura, al logorroico. Ti si siede accanto in uno dei primi giorni, e quel momento segna la tua fine. Perché tu sei gentile, inizi a scambiare due parole, che poi diventano due parole alla seconda, alla terza, alla quarta e così via, fino a che non ne sei sommerso. Allora, nelle proiezioni successive, entri in sala con impermeabile ed occhiali scuri, ti guardi intorno, pare non ci sia. Tiri un sospiro di sollievo, ed ecco che dalla fila di fronte si erge una testa, gira a centottanta gradi che neanche Regan ne L'esorcista e ti vede. E, ancora una volta, sei finito e preghi solo che si abbassino le luci. Oppure: sei in fila, in mezzo ad alcuni rassicuranti sconosciuti, e ti senti toccare sulla spalla. E' sempre lui, pronto, con la rosetta gigante in mano. Per te.
L'esperto. Qualsiasi cosa tu sappia su X, beh, l'esperto ne sa di più. E non solo su X, ma anche sui film in cui X portava solo i panini sul set, sulla figlia di X, sulle collaborazioni non accreditate di X. L'esperto, notoriamente, ti fa sentire una cacca. Per cui, semplicemente, la smetti di parlare e, se sei proprio di animo buono, inizi a prendere appunti e i tuoi contributi verbali alla comunicazione si limitano a "Mm" e "Certo". Ovviamente esistono delle combinazioni, come l'esperto logorroico, che mettono a dura prova anche gli animi più tenaci. Ho visto delle persone cercare di tagliarsi le vene con il bordo plastificato del pass, pur di sfuggire a persone come l'esperto logorroico.
Il giornalista famoso. Può fare quello che vuole. Insultare le maschere, togliersi le scarpe, fare le puzzette, insultare le persone ad alta voce, saltare le file, avere bevande e cibo gratis, toccare il culo ad attori e/o attrici, ruttare sonoramente e poi vantarsi. Ma soprattutto può insindacabilmente decidere se un film è brutto o meno. Questo accade quando scrive di un film. Anche quando non l'ha visto. O quando l'ha visto, ma solo per metà, perché poi si è messo a dormire, russando clamorosamente. Poi si sveglia e applaude o bofonchia qualcosa. Conosce tutti per nome, dal barista del caffè di fronte al cinema al regista a cui viene dato il premio alla carriera. Ed è sempre attorniato da qualche personaggio, spesso anagraficamente più giovane di lui, il paggio, che sempre e comunque gli dà ragione e ride alle sue battute. Sa che prenderà il suo posto, e che potrà palpare, sbafare, dormire, ruttare, condannare, salutare al posto suo. Un giorno o l'altro.
Il giornalista di "Case e giardini". Non si sa come abbia avuto un accredito per un festival cinematografico. Forse è lì solo per vedere gli attori e le attrici, forse si è sbagliato, forse è noto nella sua redazione che odia il cinema, e l'accredito diventa una specie di esilio forzato. Non ne sa assolutamente niente di cinema, ma non osa dirlo. Può parlarvi di taglio di prati e di arredamenti di interni per ore, e probabilmente con cognizione di causa, ma a malapena sa che cosa sia un cinema. Ha altri interessi e altre passioni. Si addormenta spesso, sognando esempi di edilizia del Dorset o del New England. Ma, perdio, è un giornalista e, alle conferenze stampa deve fare la sua porca figura. Se ne esce, quindi, con domande del genere: "Mi può ripetere quando ci sarà la dimostrazione gratuita di trucco de Il Signore degli Anelli?" (sentita veramente alla conferenza stampa inaugurale del FFF).
I l cacciatore di gadget. Spesso è un giornalista, ma non è detto. Prende tutto ciò che è gratis, dagli adesivi alle sagome pubblicitarie in cartone dei personaggi di un film d'azione ungherese. Dalle colonne sonore alle magliette, lui del merchandising gratuito non si vuole perdere neanche un articolo. E poi sfoggia tutti i suoi trofei insieme, magari venendo alle proiezioni con cappellino del film Y, maglietta del film Z e penna della casa di produzione K. E si vanta tantissimo, ma solo con lo sguardo. Non vede l'ora, infatti, di fare morire di invidia i suoi concorrenti, gli altri cacciatori di gadget. Vede pochissimi film, ma è evidente, dovendo fare file chilometriche davanti agli uffici stampa delle case di produzione.
Il nerd. Spesso è combinato con tutte le categorie precedenti. Ma sì, lo conoscete il nerd da festival. E' quello che, ne I Simpson, alle convention di fumetti o di fantascienza, pronuncia affermazioni del tipo: "Nella puntata 4F6Y si vede in lontananza un cugino della protagonista che assomiglia tanto al nemico di un numero speciale (e introvabile) del fumetto Superboy and the Tafanoids. Perché questa scelta?". Il nerd cinematografico spesso indossa le magliette guadagnate agli altri festival, ha un colore della pelle verdognolo, dovuto alla prolungata reclusione al buio per la visione di film, telefilm e quant'altro, i raggi televisivi gli hanno procurato una forma rara di acne perenne e si intende soltanto con gli altri nerd. Ha la spocchia del giornalista famoso, la fame di roba gratis del cacciatore di gadget, la cultura totale dell'esperto, l'incapacità nelle relazioni sociali del giornalista di "Case e giardini", la parlantina del logorroico. Ed è molto, molto solo.
L'attricetta. Tipica dei grandi festival, ha avuto un accredito in qualche modo. O in qualcun altro. Sta sempre in vista, va a tutte le feste, si cambia d'abito almeno sei volte al giorno, anche in una tempesta di neve ha la capacità di avere un make-up perfetto. Sorride a tutti, ché non si sa mai, e, per lo stesso motivo, non rifiuta mai di farsi fotografare. Ha con sè, nascoste in una borsetta piccolissima, almeno duecento copie del suo book fotografico e curriculum (che di solito inizia con frasi come "a sei anni ho fatto la Madonna nella recita delle elementari"). Oggetto del desiderio del nerd, oggetto di scherno del giornalista famoso (che poi, regolarmente, se la tromba), l'attricetta ci crede tantissimo. Il problema vero dell'attricetta non è che manca di tenacia, no. Né di volontà. No, il vero problema dell'attricetta è quell'accento ciociaro che non riuscirebbe ad estirpare neanche con un trapianto di corde vocali. Quindi va in giro, sculetta e sorride. Ma in rigorosissimo silenzio, finché può.
L'attore-un-tempo-famoso. Il suo comportamento è molto simile a quello dell'attricetta, con la differenza che, detto palesemente, non ha neanche il minimo di possibilità di attrazione che ha l'attricetta. Infatti è in crisi di astinenza da successo, magari momentaneo, e si è ridotto ad uno straccio d'uomo. Non è più capace neanche di allacciarsi le scarpe. Anch'esso è oggetto di culto del nerd, che ne conosce vita, morte e miracoli. Ma l'attore-un-tempo-famoso non lo sopporta, il nerd, per ovvi motivi (vabbè essere caduti in basso, ma non a quel livello). Tenta di conoscere l'attricetta e, quando gli va bene, la poverina ci casca. "Sai, sono un attore" ed è fatta, anche se l'ultima volta che è apparso su uno schermo è stato, per sbaglio, nella folla inquadrata in un servizio di Studio Aperto sul traffico. Tenta di avere una scrittura, qualsiasi cosa, è disposto veramente a tutto. Alla fine del festival, di solito, si ubriaca e tratta male tutti, buttando nel cesso il minimo lavorìo diplomatico svolto fino a quel momento. Scarica le frustrazioni su chiunque e manda sonoramente a fare in culo l'unico produttore che gli avrebbe dato due lire. Ma se ne accorge drammaticamente troppo tardi.
sabato, 17 gennaio 2004
La salama da sugo
Giovedì sera ho interrotto momentaneamente la vita di questi giorni, che si svolge in maniera ossessiva e ripetitiva tra qua e qua. Il tutto è iniziato in radio, giovedì mattina. Il mio amico S. mi viene vicino sorridente, con aria propositiva. Emette un verso e poi mi fa, triste: "Ah, niente, tanto stasera andrai a vedere qualcosa". "Dimmi". "No, è che stasera facevo la salama da sugo". Ora. Questa "salama da sugo" era diventata, nelle passate settimane, una sorta di animale (o mostro) mitico. Si narrano di persone il cui stomaco è esploso dopo avere mangiato la salama da sugo. Io non sapevo neanche che esistesse, ma, siccome ogni volta che qualcuno ne pronunciava il nome c'erano intorno reazioni che neanche a nominare Dracula in Transilvania, ho iniziato a temerla in maniera reverenziale anche io. D'altro canto, però, grazie al ritmo di vita di cui sopra, non riuscivo manco a mangiare. Salama = cibo (seppur pesante e pericoloso). "Ma che scherzi? Io ci vengo da te a mangiare la salama da sugo". E S. sorride contento. "Chi viene? La tua ragazza...?" "Ah, no, è una serata di soli uomini, scherzi?". Non capisco l'ovvietà, ma acconsento. E il tutto assume sempre di più le tinte di un rito di iniziazione.
Arrivo a casa di S. dopo l'ennesima proiezione verso le otto. Ci sono già F. e A., deve solo arrivare G. (scusate le lettere, ma sapete, la privacy). S. mi mostra con orgoglio una pentola, che bollicchia. La casa è invasa da un odore di cotechino, solo più forte, barocco, esagerato. "Ho fatto il purè", dice S. (che, dovete saperlo, ormai è completamente rapito dal verbo di Allan Bay). "L'ho fatto io: ventisei patate". "Eh", dico io. Ma il suo orgoglio è la pentola che bollicchia. Dentro, ovviamente, c'è la salama da sugo. Ora, è evidente che molti di voi, come me, del resto, non sappiano che accidenti sia 'sta cosa. Il punto è che la salama è tipica di Ferrara. Nel senso che qui a Bologna mica si trova facilmente. Quindi potete immaginare la tipicità. Insomma, la salama deve cuocere "a bagnomaria" per sei o sette ore. Infatti era lì dalle due. A bollire, a farsi. Ora capite che ci mancava poco che indossassimo delle tuniche e iniziassimo a salmodiare in ferrarese. Ma come tutti i riti di iniziazione, anche questo ha le sue leggende. "Me l'ha data la fidanzata di mio padre. Quando l'ho vista, le ho detto che era piccolissima, e lei ha replicato che era per otto persone. Ma vi rendete conto? Una salama da sugo grande così", dice S., mostrando con le mani una sfera immaginaria del diametro di una quindicina di centimetri, "che basta per otto persone". Cori di emozione. Intanto arriva G. e arrivano anche le ore ventuno, la salama è pronta. Rimane ancora il dubbio: ma perché si chiama "da sugo"?
Quando siamo a tavola, S. decide di abbassare le luci, ma noi commensali ci ribelliamo a gran voce (forse anche un po' alticci): vogliamo vedere chiaramente la salama, che finalmente viene alla luce, così come la vedete nella foto. Viene aperta la pelle e presa con un cucchiaio, adagiata sul lettino di purè che ognuno ha sul piatto. S. ha messo a tavola anche del pane integrale, "così sembra che mangiamo sano", dice. Ad un certo punto, F. ci fa notare che, se viene premuta, la salama, la sua "polpa", produce un liquido sugoso. Iniziamo a congetturare sulla secrezione sugnica (mi si perdoni il neologismo) e concludiamo che, in realtà, ha senso dire "la salama dà sugo": è bello, suona arcaico, come un detto popolare. E continuiamo a metterci pezzi di salama nel piatto. Finisce in tempo brevissimo, ovviamente, nel silenzio interrotto soltanto dal rumore del vino versato e bevuto e dai mugolii di godimento. Ah, no, c'è anche qualcos'altro che spezza il silenzio, sempre di più mano a mano che la salama finisce: i commenti sprezzanti, del tipo "beh, ma io pensavo peggio", "va giù che è un piacere, ma quale pesante" e cose del genere.
Forse sarà il vino, forse la stanchezza, ma alle undici e mezza siamo completamente cotti. Morti di sonno e svaccati sul tavolo o sui divani. Torno a casa e vado a letto. Alle quattro e trenta mi sveglia una sete mortale, e mi accorgo che piumino, lenzuola e copriletto sono annodati con una perizia da fare invidia ad un vecchio lupo di mare. Insomma, sonni decisamente agitati. Non ammetterò mai che è stata colpa della salama. Mi addormento e sogno di andare in bagno a bere. Mi specchio e, al posto della testa, ho una salama da sugo. Se la sarà presa per i commenti sprezzanti, sicuro. E sono altrettanto sicuro che il silenzio, la prossima volta (speriamo sia presto, eh, S.?) verrà interrotto solo da qualche preghiera, nella lingua estense, ci mancherebbe.
martedì, 13 gennaio 2004
Una giornata niente male
La nuda cronaca di uno di quei giorni in cui è meglio rimanere nel letto. Di chiunque.
Io ci credo. Continuo a perseguire il mio programma, o almeno tento di farlo. Quindi: sveglia alle nove, una sana colazione e iniziamo con un po' di studio. Poi mi ricordo: devo telefonare alla nota università con le scale mobili, perché devo capire cosa è successo con il mio contratto. Una parentesi esplicativa è necessaria. Infatti, qualche giorno fa, è arrivata, all'indirizzo al quale ufficialmente risiedo, a 300 e passa chilometri da Bologna, una missiva dalla suddetta università, che mi diceva di recarmi presso l'altra sede dell'università, ai piedi delle Dolomiti, per firmare il contratto.
Dopo infiniti tentativi di entrare in contatto con la magica università, allietati dal tema di Momenti di gloria (e se mai dovessi beccare Vangelis...), finalmente, con un paio di rapidi passaggi di persona, riesco a parlare con chi-mi-serve. “Ma no, si tratta di un errore!” “Ah, bene”, faccio io, “quindi posso passare a Milano per firmare il contratto...” “Eh sì, però venga quanto prima. Prima firma, prima le paghiamo la prima tranche del suo compenso”
“Quindi quando dovrei venire?”
Silenzio. Dopo una lunghissima pausa la donna dice: “Vediamo, che ore sono...?”
Sospiro e dico: “Fa niente, magari vengo il ventotto, quando devo fare esami, posso firmare quel giorno, no?”
“Sì, poi però la paghiamo il aisfgaisfebbraio”
“Il venti febbraio?” “Il ventisette febbraio”, precisa la solerte addetta all'amministrazione.
E io penso che, anche se avesse detto “il ventinove febbraio”, mi sarebbe andata di culo, ché tanto il 2004 è bisestile.
Pomeriggio. Devo andare al cinema per questo simpatico programmino, in particolare mi tocca andare a vedere un filmaccio per una rubrica significativamente chiamata “Il duro mestiere del critico”. La morte di cui devo morire si chiama Mona Lisa Smile. Ne parlerò sull'apposito blog, ma potete farvi un'idea dei miei sentimenti d'amore per Tori Amos messi alla dura prova, esattamente come i suoi.
Esco dal cinema. Devo ritirare i soldi dell'affitto (che ammonta a 300 euro per una stanza, così, ve lo dico). Prima di ritirare i soldi, però, chiedo al Bancomat l'estratto conto.
“Sicuro?” fa lui.
“Dammi lo scontrino”, dico io.
“A Fra', guarda che poi ci rimani male, e ti rovina la giornata”
“A parte che sono le sei di sera, e la giornata va già male... fa' il tuo dovere, dammi lo scontrino con su scritto quanto mi rimane, e non chiamarmi 'a Fra'”
“Sicuro sicuro?”
“Dammelo, stampalo”
Stampa dello scontrino in corso.
“Fallo uscire, maledetto”
“Beccate questo”, dice il Bancomat.
Aveva ragione lui. Mi allontano tristemente dal Bancomat che sentenzia, come il Puffo Quattrocchi: “Telavevodetto, io”.
Sera. Siccome la trasmissione è domani e devo vedere un altro film, mi tocca cenare presto, anche perché dopo il film devo tornare in radio per il programma notturno di cui qui a sinistra, in basso, scorrete, scorrete. Il film prescelto, per doveri di cronaca, è L'ultimo samurai. E so già che si tratta di una vaccata colossale, ma tocca. Quindi decido di cenare in fretta. “Che mi faccio da mangiare?” penso. “Cappelletti in brodo”. Detta così, pare bellissimo. Ma non fatevi ingannare: allontanate dalla mente donne emiliane che fanno la sfoglia, cucine accoglienti, tramonti splendidi. Sostituite le donne emiliane con un pacchetto di cappelletti già pronti e un dado da brodo, la cucina accogliente con una cucina non poi così accogliente e il tramonto con una luce al neon. Ma tant'è. L'acqua bolle, tento di non pensare a niente, butto i cappelletti. Passa uno dei miei coinquilini, M., che nota una strana macchia verde su uno dei cappelletti. “Dev'essere il ripieno che è uscito”, dico io. “Secondo me è muffa”, dice lui. Ovviamente ha ragione lui. Mi immagino di andare al supermercato incazzato come una iena e protestare perché mi hanno venduto dei cappelletti ammuffiti, ma l'idea scompare, come i cappelletti verdi e il brodo, nel cesso. La mia cena consiste, quindi, di una scatoletta di tonno, due pacchetti di crackers, maionese, variamente combinati tra loro, e un'arancia. Ma poi ho un'illuminazione. Ho della ricotta. Prendo un cucchiaio di cacao amaro, un cucchiaino di zucchero e mescolo il tutto alla ricotta. Me la preparava sempre la mamma, questa merenda-dolce. Ma non ho tempo di commuovermi, devo andare a vedere il secondo probabile-film-di-merda della giornata.
Che, puntualmente, si rivela un film-di-merda. Non mi rimane altro che andare a prendere l'autobus, per andare in radio. Non ho il biglietto, ma tanto l'ATC sta pubblicizzando questa grande trovata di mettere i distributori di biglietti automatici in ogni autobus. Ovviamente l'autobus che devo prendere ha i distributori guasti. Quindi entro in modalità ansiosa, per cui ogni persona che sale che vagamente assomigli ad un controllore mi mette uno stato di agitazione terribile. Non essendoci una tipologia fisiognomica di controllore dell'autobus, qualsiasi persona che salga sull'autobus mi fa sudare freddo. Decido di tirare fuori il libro e di mettermi a leggere, quindi. Solo che la lettura mi prende talmente tanto che non mi accorgo di avere passato la mia fermata. Me ne accorgo, fortunatamente, poco dopo. Scendo e mi trovo in un luogo che per me ha significati profondi. Un luogo legato ad uno degli ultimi momenti di armonia passati con la mia ex-ragazza (che suppongo ormai abbia dato le dimissioni - oltre che da ragazza del sottoscritto - anche dal genere Homo Sapiens). Un luogo magico. Un incrocio nella periferia occidentale di Bologna in cui io, lei e l'ormai mitico V. abbiamo rilevato il passaggio delle macchine, negli ultimi giorni di dicembre del 2002. Abbiamo rischiato il congelamento contando le macchine che passavano in quell'incrocio. Un lavoro di merda, se non si era capito.
La trasmissione in radio va bene, considerando l'orario. Nessuna telefonata in diretta, tre mail dalla stessa persona. Nella prima mi richiede un pezzo. Nella seconda me ne richiede un altro, che però non ho e non trovo. Nella terza mi dice "va bene lo stesso quello che hai messo, buonanotte". E così mi sembra di fare l'ultima mezz'ora di trasmissione (dall'una e cinquanta alle due e venti) parlando al nulla.
Il 61, quando arriva, alle due e quaranta, è popolato da cinque individui, che scendono due fermate dopo quella in cui sono salito io. Faccio il viaggio da solo, leggendo con un occhio il libro, con l'altro stando attento a non scazzare la fermata, ché se scazzi la fermata del notturno rischi di ritrovarti nel centro di Casalecchio alle tre del mattino. E di rimanerci.
Scendo e percorro la solita strada. Sono a pezzi. La vetrina del negozio di Armani di via Farini è cambiata. I manichini sono seduti su delle specie di panchine sospese e hanno l'aria stanca anche loro. Per educazione, quando passo loro davanti, gli auguro la buonanotte.
Sono finalmente a casa. Stanco morto. Umanamente morto (la retorica, eh?).
Ma tanto io nei prossimi giorni mi trasformo in cartone animato.
lunedì, 12 gennaio 2004
Ruttocensura?
Nella puntata appena andata in onda de I Simpson i personaggi non ruttavano. Cioè: Homer e Barney muovevano le labbra, ma non si sentiva né qualcosa come questo, né tantomeno questo. Bah. Anzi: burp.
P.S. Domanda: speriamo che nessuno osi commettere scempi con Balle Spaziali quando Rutto pronuncia alcune battute...
domenica, 11 gennaio 2004
Do you believe in modernity?
Non sono mai stato negli Stati Uniti. Ma so, da racconti, sketch più o meno validi, articoli e quant'altro, che sull'aereo che ti porta negli USA, ti viene dato un questionario delirante per vedere se tu sia o meno un potenziale individuo pericoloso per il paese. Quest'uomo forse si è ispirato proprio al questionario di cui sopra per risolvere l'annoso problema del discernimento tra Islam moderato (amico degli USA) e Islam cattivo (nemico degli USA). Il tutto, qui.
Grazie alla mailing list "Apriti Sesamo".
adayinthelife
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